Nei giorni scorsi Robert Kyncl, Chief Business Officer di YouTube, sul blog ufficiale della piattaforma ha pubblicato un post intitolato “Un miliardo di ragioni per celebrare la musica su YouTube“.

Kyncl, senza fornire molti dettagli, si limita ad annunciare che negli ultimi 12 mesi YouTube avrebbe versato all’industria musicale (Case discografiche? Società autori? Editori musicali?) un miliardo di dollari generato dai ricavi pubblicitari associati ai video musicali (ad supported).

A una prima superficiale analisi si potrebbe ritenere che si tratti di cifra rilevante, considerato il fatto che il servizio è gratuito per i consumatori e pertanto i ricavi sono solo basati sulla pubblicità. Tuttavia, considerato il peso che YouTube ha nel panorama della musica in streaming: con l’82% dei utenti di internet che accede al servizio per ascoltare musica (89% in Italia secondo dati Ipsos Connect) i numeri annunciati sono tutt’altro che rilevanti.

Infatti, se confrontiamo il valore generato da YouTube con i ricavi prodotti da un servizio di audio streaming come Spotify possiamo subito notare come il divario sia enorme, soprattutto se consideriamo il numero di utenti dei rispettivi servizi. YouTube, con 800 milioni di utenti, dando per buono il dato comunicato da Kyncl, genererebbe per l’industria musicale un dollaro per user all’anno, quando Spotify porterebbe circa 18 dollari per user.

Il dato annunciato da YouTube conferma in realtà quanto sostenuto dall’industria musicale più volte, ovvero che siamo di fronte a una evidente discriminazione remunerativa (value gap) tra servizi fondamentalmente identici.

Una disparità che oggi è sempre più illogica e che si fonda su una interpretazione non aggiornata delle norme in materia di responsabilità degli intermediari, della quale Google ritiene di doversi avvalere per il servizio di YouTube, generando peraltro un fenomeno di concorrenza sleale. Il principio del safe harbour (ovvero dell’esenzione di responsabilità per le piattaforme) è nato con l’obiettivo di tutelare servizi neutrali e passivi non certamente piattaforme che, come YouTube, oggi partecipano attivamente al processo di diffusione e di catalogazione, nonché di promozione del contenuto presente sul servizio.

Nella nuova proposta di revisione della Direttiva copyright il tema sembra finalmente essere stato tenuto in considerazione e il testo normativo sembrerebbe orientarsi verso un chiarimento del ruolo di servizi come YouTube al fine di risolvere il divario esistente, sul piano giuridico, tra modelli di business di fatto identici.