Sono passati venti anni da quando IFPI ha iniziato a monitorare il mercato discografico globale. Era il 1997, gli Oasis uscivano con “Be Here Now”, il CD che vendette il maggior numero di copie nel minor tempo in UK. In Italia le classifiche FIMI erano dominate da Pino Daniele, Zucchero, Jovanotti e Ligabue.

 Il mercato aveva raggiunto la punta massima di sviluppo e presto sarebbe stato travolto dalla rivoluzione digitale, da Napster e il file sharing, dalla pirateria digitale.

Il tritacarne si era attivato e ci sono voluti venti anni perché il settore tornasse a mostrare un segno positivo di una certa consistenza a livello globale crescendo del 5.9% nel 2016, secondo il Global Music Report 2017. I ricavi totali per il 2016 sono stati di 15.7 miliardi di dollari.

Alla fine del 2016, i 112 milioni di utenti in abbonamento per i servizi streaming hanno trainato la crescita dei ricavi del +60.4% e il comparto digitale ha raggiunto per la prima volta in termini di valore la metà dei ricavi sul mercato totale. In calo invece i ricavi derivati dal download (-20.5%) e dal fisico (-7.6%).
Le case discografiche hanno alimentato questa crescita attraverso consistenti investimenti, non solo a supporto degli artisti, ma anche nei confronti dell’intero sistema e delle piattaforme digitali, con il rilascio di licenze per oltre 40 milioni di tracce a centinaia di servizi. Attualmente l’industria opera con un forte orientamento ad una crescita sostenibile dopo 15 anni nei quali i ricavi sono crollati del 40%. Secondo Michael Nash, executive vice president digital strategy presso Universal Music “Siamo arrivati a questo punto dopo anni di lavoro durissimo”.

E i problemi non sono risolti, anche perché, ricorda Stu Bergen, CEO di Warner Music: “siamo solo all’inizio della ripresa, il mercato è ancora molto fragile”.

Il successo su questo fronte dipende fortemente dalla risoluzione della distorsione del mercato nota come “Value Gap” – il crescente distacco tra il valore che servizi di upload, come YouTube, generano per se stessi dalla musica e il ritorno per coloro che hanno creato e investito in quei contenuti musicali.

Frances Moore, chief executive, IFPI, ci dice: “La crescita di questa industria, segue anni di investimenti ed innovazione per le case discografiche, impegnate nello sforzo di creare un mercato musicale digitale dinamico e robusto”.

“Le potenzialità della musica sono illimitate, ma perché la crescita risulti sostenibile – per mantenere un alto livello di investimenti per gli artisti e perché il mercato possa ancora evolvere e svilupparsi – deve essere fatto di più, al fine di salvaguardare il valore della musica e per riconoscere una giusta ricompensa alla creatività”.

“La comunità musicale sta unendo i propri sforzi per sostenere una modifica legislativa atta a correggere il value gap e noi ci appelliamo ai legislatori affinché ciò avvenga. Perché la musica possa prosperare nel mondo digitale, deve svilupparsi un mercato giusto ed equo”.

Il Value Gap descrive la crescente disparità tra quello che le piattaforme di upload, come YouTube, generano dall’utilizzo della musica ed i ricavi che tornano a coloro che lavorano per la creazione di quei contenuti musicali ed investono in essi.

Il Value Gap è la maggiore minaccia alla futura sostenibilità dell’industria musicale. I servizi upload di streaming video, beneficiando della errata applicazione dei “safe harbour”, comprendono la più ampia audience di servizi musicale, stimata intorno ai 900 milioni di utenti.

I ricavi determinati per gli aventi diritto attraverso questi servizi nel 2016 raggiungono i 553 milioni di dollari. In contrasto, una ben minore base di 212 milioni di utenti per i servizi on demand di audio streaming, che hanno negoziato le licenze su termini corretti, contribuiscono per oltre 3.9 miliardi di dollari.

La Commissione Europea ha identificato il Value Gap come una distorsione del mercato che necessita di un intervento normativo e ha proposte una bozza che è attualmente in discussione presso il Parlamento Europeo ed il Consiglio dei Ministri.

È evidente che solo con la rimozione delle disparità di trattamento tra piattaforme che forniscono di fatto lo stesso contenuto con modelli di business assimilabili potrà segnare la definitiva ripresa di un mercato sostenibile.