Due recenti articoli di Buzz Feed e del New York Times hanno portato il tema sulle prime pagine dei giornali con interventi di tutte le forze politiche.

La richiesta di porre un freno alla diffusione di false notizie garantendo allo stesso tempo la salvaguardia della libertà di espressione sta ovviamente diventando il tema chiave. Come affrontare e limitare l’abuso di vere e proprie campagne di disinformazione con un efficace contrasto, senza ledere alcuni capisaldi dell’internet free che ha consentito lo sviluppo del digitale?

Il tema, con le debite proporzioni non è assolutamente nuovo. Per anni la diffusione di contenuti riprodotti illecitamente in rete ha costituito una consistente fonte di ricavo indiretto delle imprese digitali e dei motori di ricerca. Nascondendosi dietro l’esenzione della responsabilità dei safe harbour legislativi queste aziende hanno di fatto chiuso due occhi sui contenuti illegali. Ancora oggi, a fronte di una ricerca di un titolo di una canzone o di un film, appaiono immediatamente decine di link a siti illegali, spesso peraltro finanziati dalla pubblicità.

La richiesta di contrastare questo tipo di contenuto illegale coperto da copyright ha visto i titolari dei diritti affrontare non solo lunghe e complesse battaglie legali per ottenere l’affermazioni di importanti principi, ma ha visto una costante azione di sostegno ai siti illegali posta in essere da coloro che ritenevano di dover difendere un mal interpretato concetto di libertà di espressione.

 Accademici, molti di loro, si è scoperto dopo, finanziati da Google, politici, e difensori delle libertà civili, si sono battuti senza quartiere alla richiesta di definire un quadro legislativo che individuasse un chiaro concetto di responsabilità degli intermediari mettendo le basi per l’humus che ha generato la situazione attuale.
Perfino l’Unione Europea non ha avuto il coraggio, nella propria strategia per l’agenda digitale, di affrontare una vera e propria riforma della normativa sul commercio elettronico, salvo poi provare a proporre una timida comunicazione sulle piattaforme online e ora una ancora più soft consultazione sulle fake news, che senza una radicale revisione dei concetti quali il safe harbour non produrrà niente di concreto.

Ma una colpa determinante in questo processo l’ha avuta paradossalmente proprio la stampa, che oggi invoca un freno alle fake news e si propone come baluardo di qualità al proliferare di bufale online.

Per anni, e in parte continua a farlo, la stampa ha promosso e favorito l’immagine dei principali siti pirata e dei loro proprietari come eroi della libertà digitale. Siti come Pirate Bay e Megauplod, oltre al vecchio Napster, sono stati protagonisti di vere e proprie campagne adoranti di testate tutt’altro che alternative, godendo di quella promozione che ha visto poi, dietro a questi, incanalarsi tutto il movimento delle fake news, qualificatosi in realtà come anti sistema, esattamente come i siti anticopyright.

Ma la cosa ancora più curiosa è che sull’assenza di responsabilità e sull’inerzia nel contrastare la pirateria, perché dannosa degli interessi economici legati alla pubblicità online, hanno proliferato imprese come Google e Facebook, opponendosi sistematicamente a ogni iniziativa regolamentare o legislativa efficace per combattere l’illegalità. In un contesto dove l’unica soluzione vera, sia per combattere la pirateria sia le fake news, è il concetto del notice & stay down, ovvero controllare ed eliminare le reiterate azioni illecite evitando che possano essere rimesse online sarà interessante vedere la volontà reale dei colossi del web di farsi carico di una risposta al contrasto delle fake news.